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Luca Barbarossa a Musicultura 2016

Submitted by Paolo Bruzzesi on 14/04/2016 22:03 Ultima modifica 14/04/2016 22:03 —
«La musica, compagna di vita»: intervista a Luca Barbarossa, ospite d’eccezione del concerto dei finalisti di Musicultura XXVII

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È un cantautore “per natura”, Luca Barbarossa, e lo ha dimostrato – ancora una volta – sul palco del Teatro Persiani dove si è esibito, accompagnato dalla chitarra di Mario Amici, in veste di ospite del concerto di presentazione dei sedici finalisti della XXVII edizione di Musicultura. Una intensa performance che ha scelto di aprire con la canzone vincitrice del Festival di Castrocaro nel 1980, e con cui ha dato il via alla sua carriera: Roma spogliata, un brano portafortuna, è l’augurio speciale che Luca Barbarossa ha fatto agli artisti finalisti del concorso, che con lui hanno condiviso quello stesso palco recanatese.

Convinto sostenitore della canzone come «miglior forma di comunicazione», Luca Barbarossa ha incantato il pubblico in sala con una azzeccata combinazione musicale: Dio non èVia Margutta e Al di là del muro.

La città di Recanati non è una cornice completamente nuova alle sue esibizioni, e Musicultura, con il tempo, è diventata una realtà sempre più affermata. Quali ricordi ha portato con sé della sua passata partecipazione al festival Lunaria e quali porterà via da Musicultura questa sera?

Sono stato ospite di Lunaria una ventina di anni fa. Facemmo con Vincenzo Cerami uno spettacolo che univa poesia e canzone. Recanati mi riporta a questo ricordo molto affettuoso di Cerami, un grande artista che purtroppo non c’è più. Ero e sono un suo grande ammiratore. Porto con me questo ricordo e la soddisfazione di averlo incrociato almeno una volta nella vita. Mi sembrò particolarmente emozionante e inusuale anche condividere il palco con lui per una serata che è stata unica. Non abbiamo mai fatto qualcosa di simile da nessuna parte, né prima né dopo: è stata una cosa pensata e realizzata esclusivamente qui, per Lunaria. Mi ricordo di questa serata davvero bella, nella quale il pubblico partecipò con grandissimo affetto e attenzione, nonostante stesse piovendo. Non se ne andò nessuno, tanto che a un certo punto non avevamo più neanche l’impianto e girammo i monitor per far sentire il pubblico. A Musicultura, invece, è la prima volta. A “Radio 2 Social Club” più di una volta mi è capitato di ospitare artisti che venivano da esperienze fatte a Musicultura ed erano sempre artisti interessanti. Il lavoro di ascolto e di selezione che sta dietro a Musicultura è un lavoro molto importante, che fanno in pochi. Infatti, una volta nelle case discografiche c’erano i talent scout, quelli incaricati di ascoltarsi tutto il materiale di un certo artista. Ora le case discografiche stanno perlopiù lì ad aspettare il vincitore del talent dell’anno, per fargli fare il giro di trionfo e per poi cambiarlo l’anno dopo. Quindi, questo lavoro di andare a scovare e dare spazio e voce anche a generi meno eclatanti, meno commerciali e meno convenienti è un lavoro importante dal punto di vista culturale. Musicultura lo fa in modo davvero egregio. Qui sono rappresentate tante realtà della musica popolare. Il percorso degli artisti è fatto di lavoro quotidiano. Si lascia spazio a progetti originali, che hanno davvero qualcosa da dire.

Ha affermato più volte che il suo primo palcoscenico è stata la strada, priva di riflettori ma in grado di forgiare un artista a 360 gradi. Ora, coma ha già detto, i giovani artisti hanno a disposizione numerosi talent, che sì, permettono loro di mettersi in gioco, ma anche di trasformarsi in “star” con uno schiocco di dita. Crede che sia un percorso agevolato o manchi invece di alcuni passaggi?

Io non ho una ricetta e non so se il mio percorso sia stato migliore o peggiore. Però penso che si crei una certa confusione quando ci si mette di mezzo una popolarità immediata, magari ottenuta perché si è carini, si ha una bella voce, si sa parlare in un’intervista o si ha una storia alle spalle che commuove il pubblico. Un conto è questo – e si chiama televisione. Un conto, invece, è il percorso di un musicista, che è un percorso quotidiano. Un po’ come chi studia per diventare medico: non è che va in televisione e, magari, a sedici anni gli fanno già aprire un paziente! (ride, n.d.r.) Arriva a fare il chirurgo quando ha gli strumenti giusti per farlo. Il nostro è un mestiere che è una conquista quotidiana. Avere una propria identità artistica, una propria proposta inedita, è un progresso ed una tappa giornaliera. Altra cosa è fare il karaoke, ovvero andare a cantare un pezzo molto famoso, che è già bello e di successo, al quale ti limiti a dare un’interpretazione tua. È tutta un’altra cosa rispetto a quanto avveniva ad un cantautore degli anni ’70 o nei primi anni ’80, che veniva a portarti qualcosa che lui aveva pensato e vissuto sulla sua pelle, qualcosa di scritto ed elaborato personalmente. Dico sempre che potrebbe accadere che ad un talent, se si presentassero il nuovo Bob Dylan, il nuovo Pino Daniele o il nuovo Lucio Dalla verrebbero scartati, perché non canterebbero bene il pezzo, che artisticamente non appartiene a loro fino in fondo. Sembra un po’ sempre una gara di abilità, con tutto il rispetto per l’abilità, ma fare una propria proposta è un’altra cosa.

Nel ‘96 cantava di un “ragazzo con la chitarra”, che diceva sempre «la mia chitarra è come un fucile / da puntare contro chi fa finta di non capire / che qualcosa è nell'aria, che qualcosa sta cambiando / c'è una canzone nuova nelle chitarre di tutto il mondo / e i ragazzi con la chitarra la stanno già cantando». È ancora valido, per lei, questo motivo? Esistono oggi chitarre tanto coraggiose?

Questa è una citazione di Woody Guthrie, che è stato il padre di tutti i cantautori. È stato quello che ha aperto la strada a Bob Dylan e a tutti gli altri cantautori venuti dopo di lui. Lui, sulla chitarra, aveva questa scritta: “This Machine Kills Fascists”, cioè “questa macchina uccide i fascisti”. Quel ragazzo con la chitarra era un album dedicato proprio a Woody Guthrie. Quell’anno ci fu una concomitanza incredibile, perché uscì anche un album di Bruce Springsteen, intitolato “The Ghost of Tom Joad”, sempre dedicato a lui. Ci incontrammo con Bruce a Sanremo e scoprimmo questa strana coincidenza. Non potevo sapere che anche lui avrebbe dedicato un album a Woody. Il concetto, anche ora, è sempre quello: si canta la libertà. Si canta per chiedere giustizia, per chiedere equità. Io vengo da quella scuola là e ho ascoltato quel tipo di canzoni, da Dylan a Leonard Cohen, fino a Neil Young. Tutto quel mondo in cui la canzone non era più solo una canzone d’amore, ma una canzone che si guardava intorno. Canzoni che si schieravano. Canzoni che prendevano posizione, magari per il Vietnam o contro il capitalismo. Le canzoni con le quali sono cresciuto erano canzoni che, in qualche modo, combattevano l’assenza di libertà, che ha contraddistinto certe epoche e certi passaggi storici e che purtroppo ancora perdurano. Io credo che, anche oggi, noi cantautori quando cantiamo o scriviamo una canzone lo facciamo con lo stesso spirito. Non parliamo solo del privato, ma anche quando parliamo del privato lasciamo che si respiri l’aria che circola attorno a noi. Non guardiamo solo il nostro ombelico, insomma.

Ha condiviso sulla sua pagina Facebook l'inaspettata esibizione di suo figlio Flavio all'aeroporto di Toulouse che, esibendosi in una sonata per pianoforte di Mozart, ha sollevato l'entusiasmo e gli applausi dei presenti. In una ipotetica “bussola musicale” quali sarebbero i punti cardinali che un giovane come lui dovrebbe sempre tenere presenti?

È vero: lui suona molto meglio di me … io sono uno strimpellatore! (ride, n.d.r.). Aggiungo che io non sono molto “social”: sì, ho Facebook, ma appartengo ad una generazione per cui un momento lo vivo in prima persona. Quell’occasione, comunque, è stata molto carina da filmare. La musica è una cosa importante, che vorrei i miei figli non perdessero mai. Indipendentemente dal farne un domani il proprio mestiere, la musica è una compagna di vita, un arricchimento personale, un avvicinamento al bello. È soprattutto qualcosa che non ti fa mai sentire solo. E ancora: la musica è una capacità, un talento, qualcosa che regala molta sicurezza ai ragazzi. La musica è terapia, è didattica, è disciplina. È tante cose. Infatti io penso che dovrebbe essere obbligatoria a scuola, dovrebbe riguardare tutti, ma se ne fa ancora troppo poca. Mio figlio muove le mani sulla tastiera con una certa padronanza e abilità ed io gli sto suggerendo di non perdere questa dote, di non farla sfumare nella pigrizia o nella giustificazione di un “non ho tempo”. Il mio consiglio è di lasciarsi sempre uno spazio per quella parte, anche spirituale, verso cui ti porta la musica. Non lo dico perché ho delle mire sui miei figli, ma perché, a prescindere dal diventare qualcuno nell’ambito musicale, so quanto la musica potrà essergli utile dal punto di vista esistenziale. Li farà sentire più sicuri di loro e meno soli. Quando suoni uno strumento non ti senti mai solo, anche se sei fisicamente solo in una stanza. La musica ti mette in contatto con l’universo e in pace con il mondo.

Lo scorso dicembre ha condotto il programma “Il mondo a 45 giri” che, in due serate, raccontava la storia della RCA italiana, che lei stesso ha definito «la casa discografica che ha creato la colonna sonora della nostra vita». La playlist della “sua” vita, invece, di quali brani si compone?

Quanti ne posso dire? Perché sono davvero tanti! (ride, n.d.r.). Partendo da Blowin’ in the wind di Bob Dylan, passerei per Neil Young fino ad arrivare e ad attraversare tutto il mondo della West Coast Music, acchiappando gli Eagles, James Tayor, Carol King. Approderei perfino in Italia, anche se ammetto che ho iniziato più in là con gli anni ad ascoltare la musica italiana – da ragazzo ascoltavo soprattutto musica americana ed inglese, i Beatles su tutti. Anche i grandi cantautori italiani mi hanno sempre affascinato. Il più grande, per me, è De Gregori.

Il suo ultimo album “Via delle storie infinite” è del 2008. Potremmo indicare proprio quest'anno come quello di una metamorfosi, nel quale ha intrapreso esperienze inedite, come la tournée teatrale intitolata “Attenti a quei due” con Neri Marcorè. Ci sono nuovi progetti in cantiere per Luca Barbarossa cantautore o il Luca Barbarossa conduttore ha preso il sopravvento? Come riesce a conciliare le due attività?

È vero, l’ultimo album inedito è “Via delle storie infinite”. Il 2011 è stato l’anno di un album in cui c’erano tante mie canzoni rivisitate e quattro inediti, tra cui i duetti con Fiorella Mannoia, Max Gazzè, Roy Paci e Raquel del Rosario. Con Raquel andai anche al Festival di Sanremo. A novembre del 2015 è uscito un altro album, “Radio DUEts Musica Libera”, che non è composto da inediti, ma da duetti fatti dal vivo a “Radio 2 Social Club”. Si tratta di un album nato a scopo benefico per Libera, un’associazione contro le mafie. È l’album più sorprendente della mia vita. Non avrei mai pensato di radunare nello stesso album cantanti come Lucio Dalla, Fiorella Mannoia, Morandi, Bennati, De Gregori… C’è veramente di tutto e di più. In sostanza, è vero che è da un po’ che non faccio un album di inediti, ma ho fatto parecchie altre cose. Forse, più che di una “metamorfosi” si potrebbe parlare di una ricerca di completezza a livello espressivo. Il traguardo è di non essere più limitato alla canzone in quanto tale, ma di essere più completo e di potermi dare in più ambiti: in radio, come conduttore radiofonico, in teatro, come intrattenitore, o il primo maggio, come conduttore televisivo. Sono una serie di esperienze che mi permettono di esprimermi non solo cantando, ma anche parlando ed interagendo con chi condivide il palco con me in quel momento. Posso anticipare questo: sto scrivendo il nuovo album! La mia voglia di scrivere negli ultimi mesi è cresciuta molto. Non vorrei per nessun motivo che un’attività escludesse l’altra. È troppo importante nella mia vita scrivere canzoni. È la mia natura.

Veronica Sassaroli