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Leonardo Giagnorio e Audiofolk a Musicultura Festival XXI Edizione

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Concorrente - Semifinalista - ammesso alle Audizioni Live


Intervista

Nel presentarsi alle Audizioni live, i partecipanti al concorso si "auto-intervistano", per raccontare se stessi e svelare il fertile terreno di creatività ed umanità, che si nasconde oltre le loro canzoni.

Cos’è per te una canzone?

A me piace che la canzone abbia un senso, che magari sia il racconto di una storia, seppure racchiusa nei pochi minuti di durata di una canzone, o che sia l’immagine di un personaggio della vita di tutti i giorni, o che raccolga uno o più concetti o emozioni, anche se a volte possono sembrare un po’ sconclusionati ed astratti… è cosa diversa, invece, quella che oggi viene proposta in maniera preponderante sui mezzi di diffusione, dalla televisione in particolare, dove capita di ascoltare testi senza alcun senso, insiemi di parole, peraltro sempre le stesse, messe lì solo per costruire un brano su misura per qualcuno o per riempire un disco con impellente necessità di pubblicazione.

 

C’è qualche artista a cui ti ispiri o che ha  influito sul tuo modo di fare musica?

Mi piace molto il De Andrè degli ultimi anni, da quando ha inserito lo stile ethno-world nel suo modo di inventare e di arrangiare i suoi brani, canzoni che restano delle pietre miliari nella storia della musica popolare italiana; soprattutto da quando iniziò la collaborazione con Mauro Pagani (da “Creuza de ma”  in poi).

 

Come mai preferisci scrivere e cantare in dialetto?

È da un po’ di anni che suoniamo quasi esclusivamente brani originali, composti e arrangiati da noi (mi riferisco a me e al mio gruppo, Audiofolk). Il dialetto, purtroppo,  a volte può essere un limite, perché il testo ha anche un suo peso, e più è comprensibile, meglio è. Tuttavia, io trovo che  alcune storie, alcune frasi, alcuni modi di dire, se non pronunciati in dialetto perdono molto del loro fascino.



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