Fabio Concato, tra milanesità ed echi di un’era di artisti anticonvenzionali

Protagonista indiscusso del cantautorato italiano degli ultimi cinquant’anni, autore tra i più affermati e apprezzati nel nostro Paese, Fabio Concato è stato tra gli ospiti di questa XXXIV edizione di Musicultura.  Non smetto di aspettartiTi ricordo ancora, Sexy tango, Fiore di maggio, Rosalina e Domenica Bestiale sono solo alcuni dei suoi brani più celebri che, nella serata di ieri, hanno incantato l’Arena Sferisterio. «Sono i testi e la musica che rendono grande una canzone», ha affermato sul palco. Per poi soffermarsi sulle canzoni degli 8 artisti che si contendono il titolo di vincitore assoluto del Festival: «I brani dei vincitori di quest’anno mi hanno trasmesso emozioni sincere. Sono tutti bravissimi!». Nel pomeriggio, dopo il suo soundcheck, abbiamo chiesto al Maestro di rispondere a qualche domanda. Con grande disponibilità è sceso con noi in platea e ci ha regalato tre bellissime risposte.

Ha affrontato il periodo del Covid facendo uscire il brano L’Umarell. Chi sarebbe questo “Umarell”?

Lo “Umarell” è in dialetto milanese quel personaggio un po’ anziano che tiene le braccia dietro la schiena e si ferma in ogni cantiere che vede. Il mio Umarell invece è un pupazzetto alto dieci centimetri che ricorda questa figura, solo che è in plastica. Me lo regalò un mio grande amico e lo avevo messo sulla tastiera sulla quale scrivo i brani. Ho avuto, vedendolo lì ogni giorno, quasi la sensazione che lui mi domandasse di scrivere qualcosa su questa tragedia che stavamo vivendo, e così ho fatto: la cosa curiosa è che per la prima volta ho composto un testo in dialetto. La canzone piacque molto, ma a distanza di due anni preferisco evitare di cantarla, per non riportare le persone a quel periodo.

L’esibizione

Lei è uno dei tanti artisti liberi e slegati da convenzioni che sono stati protagonisti della seconda metà del Novecento di questo Paese. Ora sembriamo vivere tempi diversi; cosa è cambiato secondo lei?

È cambiato completamente il mondo, semplicemente. Non penso che sia un cambiamento necessariamente in meglio, né in peggio. È cambiata soprattutto la musica, il modo di farla, di fruirne, i suoi canali di diffusione, e mi sembra che ce ne sia quantitativamente meno rispetto agli anni di cui parli tu. Se ci fosse più musica, ci sarebbero per forza di cose più artisti motivati a romperne le convenzioni.

Ci sono varie parentesi jazz nella sua carriera. Come si è avvicinato a questo genere?

Mi sono avvicinato al jazz da piccolissimo tramite mio padre, cantante e chitarrista, che lo ascoltava, suonava e amava moltissimo, per cui è stata una scoperta davvero naturale e spontanea. I primi artisti a folgorarmi sono stati americani come Bill Evans e Chet Baker, e brasiliani come Joao Jilberto o Antonio Carlos Jobim: loro e molti altri rappresentano un pezzo importante della mia vita. Se guardo a quest’ultima, essere cresciuto con il jazz è una delle tante cose per cui mi sento fortunato, per cui sono grato a mio padre.